Luigi Boveri: “A-i-è nen `d pi bel che `na facia contenta – Niente è più bello di una faccia contenta”

Sabato 25 Gennaio parto prestissimo dalla Toscana direzione Piemonte, prima tappa Colli Tortonesi, Azienda Agricola Luigi Boveri. La mia conoscenza di questa azienda deriva da una piccola storia che ci tengo a raccontare: Vinitaly 2019, un messaggio di Augusta Boes @sommelier_on_a_mission mi invita a passare dallo stand di Boveri, consiglio accettato ed è così che ad accogliermi trovo Luigi e Germana che mi presentano i loro meravigliosi vini. Ci sono incontri come questi, completamente casuali, ma che diventano fin da subito l’inizio di un bel rapporto. Quella visita, di cui ho già parlato, si concluse con una promessa: “Quando verrai a trovarci, oltre ai vini, ti faremo assaggiare anche qualche piatto tipico tra cui i Rabaton”.

La giornata purtroppo non è delle migliori ma non vi nego che attraversare quelle terre, anche sotto la pioggia è molto affascinante. Un territorio che negli ultimi 30 milioni di anni è stato oggetto di innumerevoli trasformazioni legate alla formazione del sistema alpino ed appenninico, alle evoluzioni del Bacino Terziario Padano e poi al modellamento ad opera delle acque superficiali. Un terreno calcareo-argilloso con antichi depositi marini, così particolare ed unico da essere definito Tortoniano. Quattro corsi d’acqua che danno il nome alle rispettive quattro valli: Val Curone, Val Grue, Val Borbera e Valle Ossona. Oggi sono circa 50 le aziende ad operare sui Colli Tortonesi, entità di piccole o medie dimensioni e spesso a conduzione familiare. Circa 2.000 ettari vitati per una produzione media annua di circa 1 milione di bottiglie delle quali la metà a base di Timorasso.

Dopo un saliscendi tra i colli arrivo a Montale Celli, nel comune di Costa Vescovato, è li che mi aspettano Luigi e Germana Boveri. Mi presento con un salame toscano artigianale e una bottiglia bendata proveniente dalla mia terra, capirete poi il perché. Quella che sto per raccontarvi non è una classica visita, come di solito vi descrivo, ma una bella chiacchierata, intervallata tra vini e piatti.

Primo spunto interessante: “I Colli Tortonesi nascono e restano Rossi”. Se si escludono i grandi conoscitori della zona credo che ognuno di noi abbia sempre associato questa terra al Timorasso, quindi ad un uva a bacca bianca. In realtà dei 2.000 ettari vitati soltanto 150 sono piantati a Timorasso e ben 1.500 a Barbera. Un tema molto caro a Luigi che rivendica con forza la grandezza della Barbera prodotta in quel territorio. Sono state le contingenze storiche a determinare l’associazione oggi immediata tra Colli Tortonesi e Timorasso, una riscoperta del vitigno datata fine anni ’80 portata avanti con forza da Massa, Poggio, Mutti e Boveri stesso. Altro fattore è senza dubbio la vicinanza con territori ben più famosi e dove la Barbera è il vino di punta.

Ma prima dell’amore per il Timorasso i ricordi più belli di Luigi sono proprio legati alla Barbera, un vino che gli ricorda i pranzi domenicali in famiglia. Era infatti la Barbera che proveniva dal Poggio delle Amarene il loro vino da tavola. Una Barbera proveniente da una vigna centenaria, la sua vigna del cuore, vinificata separatamente ed affinata in cemento e bottiglia. Un vino che ho sempre trovato straordinario e che dopo questo racconto assume una valenza ancora maggiore.

Tra una forchettata di torta salata, salumi e formaggi arriva il momento della mia bottiglia bendata, annata 2017, la stessa del Filari di Timorasso con cui la proviamo a comparare. Il mio intento è quello di paragonare due territori lontani ma secondo me molto simili, due vini e due vitigni che ritengo straordinari. Partiamo dalla bottiglia scoperta, quella di Luigi: la 2017 di Filari è una bevuta esperienziale, un Timorasso che azzera all’istante le tue convinzioni, tanto è diverso dalla norma, tanto è speciale. Lo stesso Luigi ammette, sicuramente con troppa modestia, quanto neanche lui si aspettasse un risultato del genere da un’annata così difficile. Il fatto è che di Filari ne ho bevute diverse annate e questa 2017 è spiazzante, in senso positivo, da quanto è buona e particolare. Agrumato, minerale, sapido, verticale, preciso, queste sono le prima cose che mi vengono in mente. Beviamo insieme il mio vino bendato: vigne ad altitudine similare (circa 300 mt), così come le esposizioni dei vigneti (sud e sud/est), terreni con presenza di scheletro, più marnoso sui Colli Tortonesi, più argilloso ma con grande presenza fossile quello di provenienza del mio vino, entrambi 12 mesi in acciaio, altri 12 in bottiglia per il Filari, 6 per l’altro vino. Anche questo dimostra grande verticalità, sapido, minerale, leggermente più pieno al palato e dal colore più carico. Conveniamo che sono molte le caratteristiche che uniscono i due vini e scopro la bottiglia: Clamys Vernaccia di San Gimignano – Cesani. Due vitigni autoctoni a bacca bianca che adoro e su cui un giorno mi piacerebbe fare una bella degustazione comparativa.

Arriva il momento dei tanto agognati Rabaton e Luigi e Germana stappano Filari di Timorasso 2012 e 2006. Piatti tipico dell’alessandrino fatto con ricotta ed erbe di campo, cotto nel brodo e fatto gratinare in forno. Il nome deriva proprio dal termine piemontese “rabattare” e cioè arrotolare, procedimento che viene fatto passandoli sulla farina prima di cuocerli. Buonissimi, tanto che ne prendo una seconda porzione. Parliamo ora dei vini. La 2012 si presenta di un bel colore giallo paglierino carico, al naso è intenso e fine: sentori floreali lasciano spazio ad una frutta matura, esotica, agrumi, segue poi una splendida nota di irdocarburo e di grafite. Il palato è coerente con quanto percepito al naso: sorso pieno, sapido, fresco e minerale. Finale persistente, di grande precisione e pulizia. La 2006 è emozionante: a 14 anni dalla vendemmia trovo nel calice un vino che fatico a definire maturo e sto parlando di maturità in funzione della longevità perchè di anni davanti ne ha ancora molti. Il colore è un giallo paglierino carico con alcuni riflessi dorati. Al naso mostra un bouquet profondo, complesso e di rara eleganza. Il floreale diventa secco come in un pout pourri, scorza di limone e arancia ma ancora note di frutta esotica come l’ananas. Alcune note leggermente dolci di miele di acacia ma sopratutto una sferzata minerale e di idrocarburo. Avevo in passato paragonato il Filari ad un Riesling, confermo e sottoscrivo di fronte a questo vino con diversi anni sulle spalle. La magia risiede nell’equilibrio e nella freschezza: l’opulenza dei profumi e la sua struttura potrebbero fare pensare ad un vino troppo strutturato e invece sono le durezze ad armonizzare il tutto rendendo il sorso leggiadro, di una materia ben presente ma finissima. Finale lunghissimo per un vino che a distanza di mesi continuo a ricordare.

Passando ai rossi, sono 3 le Barbera che produce Luigi, Boccanera, Poggio delle Amarene e Vignalunga. Tre vini completamente diversi ognuno con la sua filosofia di produzione. Assaggiamo il Poggio delle Amarene 2015, la mia preferita. Se il Boccanera è un vino adatto a tutti i palati questo non lo è affatto. Il Poggio è un vino che va compreso, bisogna capire da dove viene e come viene fatto, bisogna dare importanza alla storia che vi ho precedentemente raccontato. Il colore è rubino intenso con l’unghia tendente al granato. Potenza ed eleganza sono le caratteristiche che si riflettono sia al naso che al palato. Frutta rossa matura, piccoli frutti di bosco in confettura, spezie dolci, tutti elementi che vengono mitigati da una splendida nota erbacea e balsamica. Lo stesso accade al palato: caldo, ampio, strutturato, sembrano prevalere le morbidezza quando subentra un’acidità incredibile. Un vino dinamico dove tutte le componenti si alternano trovando magicamente un equilibrio finale.

E’ con immensa riconoscenza che vi descrivo l’ultimo vino degustato perchè Luigi stappa nientemeno che un Vignalunga 2006. Di questo avevo assaggiato soltanto la 2015 e vi devo dire la verità, mi era piaciuto molto ma non mi aveva impressionato. La colpa era solo e soltanto mia perchè non avevo pensato al suo potenziale, alla sua possibile evoluzione, a cosa poteva diventare nel tempo. Per cambiare idea è bastato avvicinare il naso al calice, per innamorarmi di questo vino è bastato il primo mezzo sorso. La progressione dei sentori è pressochè infinita, credo che ognuno di noi potrebbe percepire un sentore diverso ad ogni olfazione. Oltre ad un frutto rosso maturo, in confettura ed anche sotto spirito emergono innumerevoli terziari che vanno dalle spezie (chiodi di garofano, pepe, liquirizia) per passare al tabacco, cuoio, sottobosco, polvere di caffè. Il sorso è un’ondata che prima riempie la bocca permettendoti quasi la masticazione del liquido, poi ti rinfresca e pulisce grazie ad un tannino elegante dalla trama fitta. Il finale è lunghissimo e alterna caffè e cacao a menta ed eucalipto, in una danza che trova la sua conclusione soltanto con il sorso successivo.

Se Luigi e Germana mi avevano fatto sentire al Vinitaly un ospite d’onore (senza assolutamente meritarmelo), questa volta mi hanno fatto sentire parte della loro famiglia. Tre ore che sembrano essere passata in pochi minuti dove una visita si è trasformata in un’esperienza di vita vissuta che Luigi e Germana sono riusciti a trasmettermi. Ogni loro vino parla di sè, della loro storia, del loro territorio: sensazioni che si percepiscono ad ogni sorso e ad ogni parola. La mia grande passione per il mondo del vino è dovuta a persone così, a momenti come questo per cui vale la pena alzarsi quando è ancora buio e percorrere in solitaria 400 chilometri. Ringraziarvi è troppo poco per quanto avete fatto per me, spero di vedervi presto in Toscana e poter ricambiare almeno in minima parte.

“A-i-è nen `d pi bel che `na facia contenta – Niente è più bello di una faccia contenta” ed io ero contentissimo!

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